Attraverso il tunnel

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Sintomi, cause e cura della depressione, la parola alle nostre esperte

La nostra cittadina è stata di recente scossa dalla notizia di un gesto estremo che, oltre a gettare nello sconforto amici e familiari della vittima, apre in ognuno di noi un vortice di domande. Ma cos’è la depressione? Troppo poco si parla di questo argomento, ma oggi vogliamo fare chiarezza su questa tematica delicata, cercando anche di comprendere quali sono i sintomi, qual è il ruolo dei familiari di chi ne soffre e, soprattutto, quali potrebbero essere le attività di prevenzione e di sensibilizzazione da proporre sul territorio casamassimese.
A tal proposito abbiamo ascoltato tre esperte. Partiamo con la dottoressa Daniela Curione, psicologa che esercita la sua professione in ambito aziendale, occupandosi di ricerca, selezione e formazione, e in ambito privato, svolgendo attività di orientamento scolastico e professionale, counseling e promozione del benessere psicologico a livello individuale, di gruppo e organizzativo attraverso specifici progetti. Stando alle parole della dottoressa Curione, la depressione è uno dei disturbi psichici più diffusi e invalidanti all’interno della società a livello globale. Secondo l’OMS entro pochi anni essa costituirà la seconda causa di invalidità per malattia. Inoltre, ha spiegato l’esperta, esistono varie tipologie di disturbo depressivo, ciascuna si manifesta con sintomi diversi: umore depresso, diminuzione di piacere e interesse per le attività quotidiane, insorgenza di emozioni di apatia, tristezza profonda, disperazione, pensieri negativi di autosvalutazione, pessimismo circa sé stessi e il proprio futuro, pensieri di morte e sensazione d’impotenza. Mentre, sul piano fisico, possono variare i livelli di energia, portando la persona a sperimentare maggiore stanchezza, difficoltà nell’affrontare le normali routine quotidiane e nel con‐centrarsi. Può inoltre manifestarsi un peggioramento nella qualità del sonno, diminuzione o aumento del peso corporeo e dell’appetito.

Daniela Curione


Daniela Curione: “Quando si parla di depressione oggi occorre una visione multidimensionale. L’espressione ‘disturbo depressivo’ definisce un raggruppamento di disturbi psichiatrici e psicopatologici il cui nucleo centrale è caratterizzato da irritabilità e senso di inutilità della persona, accompagnato da modificazioni a livello cognitivo e somatico che possono influenzare la sfera sociale e individuale. La persona depressa vede il mondo con una lente scura, sente che gli altri non possono comprendere il proprio stato d’animo e tende all’isolamento sociale. La depressione rappresenta una situazione difficile per chi la vive, ma anche per i familiari che non sempre riescono ad individuare i sintomi. E’ dunque impor‐tante imparare a riconoscere la sintomatologia anche grazie all’aiuto di esperti. Un’altra difficoltà per i familiari è data dal non sapere cosa dire ad un proprio caro che soffre di depressione. I familiari possono fare molto, incoraggiando, sostenendo e manifestando la propria presenza cercando di capire come ci si sente ad essere depressi, senza giudizio e senza sminuire la malattia, ascoltando in modo empatico, mostrando disponibilità ad affrontare insieme la malattia, perché la depressione può essere curata. E’ importante sapere anche cosa non dire: rimproverare, fare appello alla volontà di fare qualcosa, non sono utili, ma possono aggravare addirittura il problema. Attraverso i farmaci, la psicoterapia, e integrando le professionalità coinvolte, è possibile guarire. Ricordando che si tratta di una patologia complessa che evolve nel tempo e s’intreccia con altri fattori, non esiste un’unica terapia. Poiché la depressione può prolungarsi per mesi, anche i familiari devono prestare attenzione alla propria salute. È possibile rivolgersi al terapista o richiedere un supporto psicologico per essere accompagnati in questo percorso in cui la parola chiave è sostegno.
Ritengo sia utile rendere la comunità consapevole attraverso incontri infoformativi tesi a far conoscere e riconoscere le caratteristiche del disturbo e le possibilità di cura, nonché le figure professionali alle quali potersi rivolgere. Si potrebbero attivare, in supporto ad altri servizi territoriali messi a disposizione dal sistema sanitario, degli sportelli di counseling. Penso sia importante agire non solo sugli aspetti legati alla cura, ma anche sulla gestione dei fattori di rischio e protettivi, attraverso attività di prevenzione e promozione del benessere psicologico, e strumenti che possano favorire la possibilità di contare su una rete sociale, incontri con esperti che favoriscano il rinforzo delle capacità individuali”.
Come esposto dalla dottoressa Curione, la depressione può avere diverse cause, tuttavia, le ricerche hanno mostrato la presenza di due principali fattori di rischio: il fattore biologico (maggiore predisposizione genetica), e il fattore psicologico (comportamenti appresi nel corso della vita). Esistono anche dei fattori scatenanti o eventi stressanti che possono rendere vulnerabili, conseguenti ad una perdita o da un fallimento.

Stefania Montanaro
Maria Magnifico


Ma cos’è la depressione dal punto di vista pedagogico? A questa domanda abbiamo ricevuto risposta dalla dottoressa Stefania Montanaro, pedagogista, docente di filosofia e scienze umane, psicologia, mediatrice familiare e Consigliera Regionale Puglia presso l’APEI, e dalla dottoressa Maria Magnifico, educatrice, docente di psicologia e membro dell’Associazione APEI.
Maria Magnifico e Stefania Montanaro: “È fondamentale, in prospettiva pedagogica, abbandonare l’idea che per la cura e l’accompagnamento della persona con depressione siano necessari esclusivamente gli interventi di psichiatria e psicoterapia, ma possono essere prese in considerazione anche prospettive di orientamento pedagogico. Importante è il raggiungimento della consapevolezza del personale specializzato e degli educatori nel distinguere la persona dalla malattia, educandola a non identificarsi nella malattia, far comprendere che in lui c’è ben oltre e che la depressione è solo una parte della sua vita. Per rispondere al senso di inadeguatezza, il giusto approccio non deve essere caratterizzato dal biasimarlo per la sua situazione, né tantomeno motivarlo a uscire dal suo stato, facendo passare il messaggio secondo cui gli altri credano che per guarire dalla depressione basti la volontà di uscirne: ‘la depressione è la malattia della volontà’. È importante che la persona sia affiancata nello svolgere attività quotidiane, avere le giornate vuote aumenta l’angoscia e il senso di inutilità. La depressione è una condizione che porta la persona a perdere l’equilibrio tra sé e il mondo che lo circonda. C’è labilità emotiva, facilità al pianto, desiderio di solitudine, perdita di quello slancio vitale, che ti porta a guardare avanti, a progettare la tua vita, a sentirti parte del mondo. Inoltre, la depressione può dipendere anche da relazioni anaffettive, soprattutto nella società contemporanea in cui le famiglie sono sempre più slegate e a rischio di sindromi depressive nei rapporti sociali. Soprattutto con lo sviluppo dei social network, tende a prevale‐re l’essere esteriorizzato sottoposto a continui feedback. Ogni qualvolta l’immagine di sé viene giudicata negativamente può provocare, soprattutto se predisposti geneticamente, a una vera e propria depressione. Quest’ultima è diagnosticata e curata solo dopo l’insorgere del fenomeno, è importante che ci sia una prevenzione, ed è per questo che la ricerca pedagogica propone il compito di ‘educare la depressione’, attraverso la narrazione: la depressione è parte della storia della persona, è un racconto attraverso cui si oggettivizza e può divenire esterna alla persona attraverso specifiche strategie di narrazione. La famiglia ha un ruolo notevole, e in base agli ultimi avvenimenti verificatisi è palese che non solo c’è assenza di interventi educativi preventivi, ma vi è una scarsa capacità di saper leggere e ascoltare gli stati emotivi. Basti pensare al momento in cui ci si siede a tavola con i propri cari e facciamo finta o non prestiamo attenzione a ciò che si dice. Siamo troppo presi dalla tecnologia, dalla frenesia nelle attività quotidiane, perdendo il piacere della lentezza che ci faceva gustare la gioia di sostare insieme, raccontandoci e ascoltandoci.
L’empatia è fondamentale, è disponibilità all’ascolto dell’altro, consente di stare accanto alla persona e accompagnarla nel percorso che gli consentirà di uscire da quel tunnel oscuro dal quale non sembra esserci via d’uscita. I genitori soprattutto, devono ‘lasciare’ che i bambini crescano felici di esser bambini, non devono confermare le nostre aspettative, non dobbiamo premere a fare sempre di più e meglio, perché poi al primo e piccolo fallimento subentrerà il senso di inadeguatezza al compito.
Educare è un atto sociale e non individuale, quindi si dovrebbe pensare ad una ‘community care’, partendo non dalle debolezze delle persone, ma dai loro punti di forza. Prendere in carico significa dare coraggio e motivazione, costruendo un’impalcatura relazionale che faciliti una inversione di marcia, portando la persona a reagire, a diventare soggetto attivo. Questo significa organizzare servizi efficienti rivolti alla persona e all’ambiente circostante, costruendo una rete di interventi e relazioni, facendo leva sulle risorse del territorio. Si pensi ad esempio a luoghi come biblioteche, ludoteche, cinema, teatri, Università della terza età, centri di aggregazione, centri d’incontro dove dar vita a iniziative laboratoriali. Tutto ciò implica un fare con e per l’altro del quale mi preoccupo, affinché ritrovi la sua autenticità, trasformando quei sentimenti negativi, in qualcosa di costruttivo, riscoprendo la gioia dello stare al mondo con sé stesso e con gli altri. La persona non resta passiva, ma grazie alle iniziative dei gruppi di mutuo-aiuto impara a cambiare la visione del mondo, imparando ad apprezzarsi e a sentirsi utile, ma soprattutto a sorridere”.

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