La città e la memoria

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La distruzione dei monumenti, ovvero la loro riduzione ad una scala ‘umana’, non è il superamento della retorica, ma la crisi della memoria. Inoltre, l’imperversante minimalismo, sovente di matrice religiosa, non è soltanto ‘astratto’, ma anche e forse soprattutto ‘figurativo’.

Gramsci e la polemica anti sepolcrale

A Gramsci è attribuibile una dura polemica contro i Sepolcri. La cosa non è priva di fondamento. Cfr. il Quaderno 5 (IX) 1930-1932 (Miscellanea), la seconda numerazione è di Tania Schucht: «§ (32) Ugo Foscolo e la retorica letteraria italiana. I Sepolcri devono essere considerati come la maggiore “fonte” della tradizione culturale retorica che vede nei monumenti un motivo di esaltazione delle glorie nazionali. La “nazione” non è il popolo, o il passato che continua nel “popolo”, ma è invece l’insieme delle cose materiali che ricordano il passato: strana deformazione che poteva spiegarsi ai primi dell’800 quando si trattava di svegliare delle energie latenti e di entusiasmare la gioventù, ma che è appunto “deformazione” perché è diventato puro motivo decorativo, esteriore, retorico (l’ispirazione dei sepolcri non è nel Foscolo simile a quella così detta poesia sepolcrale: è un’ispirazione “politica”, come egli stesso scrive nella lettera al Guillon)», QdC GERRATANA 569.

→ La nota recita: «Lo spunto per questo paragrafo è ricavato da un articolo di Giuseppe Gargàno, Le tombe ispiratrici e i “Sepolcri” del Foscolo, in “Il Marzocco”, 11 dicembre 1927 (anno XXXII, n. 90)», QdC GERRATANA 2674. L’«articolo» è in realtà la recensione, firmata da G. S. Gargàno [i. e. Giuseppe Saverio Gargàno, Napoli, 11 aprile 1859 – Firenze, 30 novembre 1930, autore, assieme a D’Annunzio, del Prologo della rivista], di un libro sulla poesia sepolcrale in Italia. Le annate integrali del «Marzocco», dal 1896 al 1932, cioè dall’anno della fondazione, a cui partecipò D’Annunzio, insino al termine delle pubblicazioni, possono leggersi on line nel sito del Gabinetto Vieusseux. Il numero di dicembre del 1927 – che è quello citato da Gerratana – è leggibile, specificamente, in una sotto cartella. Quello di Gramsci è dunque il riassunto di una recensione. Non è dato sapere come egli lo avrebbe utilizzato, cioè se condividesse o meno il contenuto del libro.

Inoltre, è incerto se il testo recensito sia stato disponibile a Gramsci, o se la citazione si debba a un’intuizione del curatore. I riscontri effettuati, sull’indice dei nomi, sull’«Indice delle opere citate nei Quaderni» nonché dei «Libri e opuscoli del Fondo Gramsci non citati nei Quaderni» (3036-3122 e 3125-3139) portano a escludere la prima ipotesi. In ogni caso, che Gramsci avesse letto quel numero del «Marzocco» è fuori discussione.

In realtà, la prima forma di racconto storico è proprio il monumento (moneo significa tra l’altro induco a ricordare). Ha scritto Luciano Canfora: «Dall’Egitto faraonico all’Iran achemenide, una prima forma di narrazione storica furono le iscrizioni rupestri e monumentali con l’indice delle campagne dei re. Forma sempre vitale: anche Augusto volle fissare così la sua storia [allude alle res gestæ impresse nel monumentum ancyranum]. È una narrazione che si fonda su di una estrema selezione dei fatti storici: unici fatti sono le imprese dei re [in primis, ovviamente, le imprese belliche]».

È stato giustamente rilevato che nella pittura egizia il faraone è figurato grande rispetto ai nemici sottomessi e ai sudditi.

Probabilmente le pitture delle caverne erano monumenti, funzionali alla memoria, non dunque scene ‘augurali’, come le ha presentate la fantasia dei moderni.

La memoria debole

Giardino Umberto, Bari, monumento ai caduti di via Niccolò dell’Arca, 1973. Il monumento occupa un’aiuola situata all’angolo tra via Crisanzio e via Argiro, a pochi metri da quello, ben altrimenti enfatico, del Cifariello. Fu inaugurato nel trentennale del più luttuoso evento cittadino connesso all’incipiente «guerra civile».

Il materiale: acciaio inossidabile, trattato a grandi piastre lisce, differenti tra loro per dimensioni, ma accorpate lungo un unico asse verticale ed integrate a mezza altezza da due lamine analoghe, orizzontale ed obliqua, lievemente sfalsate: al suolo, i ‘cubi’, recanti i nomi dei venti caduti. Ne risultano esiti informali, vagamente totemici, e/o da stele lunga. tipo obelisco, ossia da monumento (lat. moneo) in senso stretto: è peraltro evidente la riduzione della struttura ai postulati punto linea e superficie (< angoli, lati, aree), secondo una sequenza lineale (linea genera punto / genera superficie), che si interrompe al di qua del suo tradursi in volume (in realtà ‘sfasciato’). Così., la lucentezza dell’acciaio non oltrepassa la soglia di una minima riflessione.

Il rapporto con il contesto è di integrazione assoluta: infatti, pur collocato in un ambiente arboreo basso e rado, il monumento va comunque cercato con lo sguardo. Il dato è singolare, soprattutto rispetto alla sua altezza, considerevole. Altezza, d’altra parte, che si può percepire solo nell’atto delle rilevazioni fotografiche.

Realizzato dall’arch. Riccardo Vecchietti, venne eretto in luogo di una lapide commemorativa, scoperta originariamente sulla facciata di vecchio stabile in via Niccolò dell’Arca, la cui demolizione determinò lo spostamento del testimonio marmoreo ai piedi della struttura, in linea con quella che ne dovrebbe costituire la fronte. Il monumento è riferito all’eccidio di via Niccolò dell’Arca del 28 luglio 1943, ricordato a livello nazionale, tra gli altri, da Carlo Ludovico Ragghianti. La strage è da questi inserita, correttamente, nel più vasto racconto dell’esplicita ostilità degli alti vertici militari, e io genere statali, al corso che sembrava essersi aperto con l’arresto di Mussolini e la nomina di Badoglio a capo del governo: il racconto, peraltro, conferma, se mai ce ne fosse bisogno, la tesi della continuità degli apparati tra fascismo e democrazia, focalizzata nel ruolo svolto dai funzionari della RSI (Claudio Pavone).

Il monumento, pertanto, se da un lato ricorda l’evento, dall’altro ne costituisce una sorta di rimozione. Infatti, il suo aniconismo esasperato lo inchioda ad una forma di significazione puramente ‘ideale’, e dunque metastorica, il che è evidentemente la negazione dell’‘idea’ stessa di monumento. Esso, del resto, è almeno il segno di uno spostamento (della lapide commemorativa: il gruppo Tirannicidi II rimpiazzò il primo in quanto questo era stato razziato da Serse!); ed eccessiva, tale da sconfinare in ‘timidezza’, appare la sua tendenza ad integrarsi in uno spazio estraneo. D’altronde, a fronte del monumento, rimane nella sua irrisolta atrocità, nella sua nudità, il fatto.

È dunque paradossale che questo seguiti a vivere solo al di fuori o addirittura contro l’opera che dovrebbe ricordarlo: singolarmente, l’importanza del testo è inversamente proporzionale a quella dell’evento. Ed è legittimo sospettare che la sua esistenza, l’esistenza del monumento, sia il prolungarsi di una riserva antiresistenziale, o, peggio, la risposta moderata, e, quindi, di per sé schizofrenica, al mito resistenziale rinverdito dal ‘68, in un sottoperiodo di revanche delle destre ed in una città economicamente, architettonicamente, molto di destra.

[Lo scritto, richiestomi dal prof. Enzo Velati per una pionieristica pubblicazione in rete, risale alla seconda metà degli anni ’80, in pieno imperversare della vulgata del pensiero debole, dell’edonismo più o meno reaganiano e di un inarrestabile (perché dura tuttora) riflusso.

Oggi, dopo circa trent’anni, darei spazio maggiore alle pietre d’inciampo realizzate da Arturo Cucciolla nel solco di una iniziativa pluriennale europea ideata da Gunter Demnig: le targhe, recanti i nomi delle vittime dell’eccidio, drammatizzano la struttura e quindi ne elevano il profilo dimesso.

Inoltre chiuderei ricordando che a distanza di soli quattro anni dall’inaugurazione del monumento trovava la morte a Bari, non certo inevitabilmente, un giovane di nome Benedetto Petrone, colpevole di essere comunista e invalido].

Il monumento di Cifariello a Umberto I è un gran bel monumento: il re è a cavallo ed è rivolto verso il più importante edificio della città, l’Ateneo.

Lo slancio è assicurato dalle diagonali dell’‘intelaiatura’ del gruppo cavallo-cavaliere osservato di lato: è appena il caso di ricordare che al confronto il ben più celebre Vittorio Emanuele II del Vittoriano si rivela piuttosto statico (ma non più maestoso).

Di Cifariello va ricordato il monumento al Fante, raffigurato in atto di lanciarsi alla carica: è l’attrazione di Castesilano, un paese in provincia di Crotone di circa ottocento abitanti.

Toritto, Piazza Moro già Piazza Nuova, Monumento ai Caduti della Prima Guerra Mondiale

Bellissimi i monumenti di Toritto e Rutigliano. Entrambi costituiscono il centro ottico, oltre che fisico, della piazza, che dunque appare strutturarsi in relazione proprio al monumento, che non assolve una funzione puramente decorativa. Non è azzardato pensare che siano dovuti entrambi ad una stessa mano, o a mani molto affini.

I due gruppi statuari, in bronzo, rappresentano la vittoria sugli imperi centrali nella guerra del 15/18, sicuramente resa possibile dall’eroismo dei giovani ma soprattutto dall’unità delle classi sociali attorno all’idea di nazione; ed è scontato che la retorica della vittoria si innesti sulla retorica risorgimentale. Entrambi i monumenti si presentano ‘sfaccettati’, nel senso che supportano una visione articolata da molteplici lati della piazza.

Rutigliano, Piazza XX Settembre, Monumento ai Caduti della Prima Guerra Mondiale

Il monumento di Rutigliano offre una visione ‘circolare’, a cui appare coordinata la configurazione della piazza. Il monumento inoltre è collocato in cima ad un basamento, in modo che la fiaccola diventi il vertice di una ideale piramide (forse anche un cono) svettante davanti ai nostri occhi, e, quindi, il vero punto di fuga della città. Invece il monumento di Toritto risulta sensibilmente abbassato rispetto alla linea d’orizzonte della piazza che lo contiene, molto più piccola di quella omologa  di Rutigliano. Infatti, è collocato al centro di una vasca destinata a riempirsi d’acqua come la ben più celebre fontana di piazza Moro a Bari: la cornice reale del monumento è quindi il bene più prezioso che può offrire un piccolo centro agricolo del barese (che poi è l’ultimo prima del gradino dell’altopiano delle Murge), le cui principali colture (il mandorlo, l’olivo) richiedono com’è noto scarsi volumi di irrigazione.

Cassano Murge, Monumento ai Caduti della Prima Guerra Mondiale

Atipico, ma esclusivamente per la collocazione, è l’importante monumento ai Caduti di Cassano Murge.

Si erge in villa, anziché in piazza: le due figure tipiche, del milite e della Vittoria, in bronzo, svettano su un grandioso piedistallo in pietra bianca.

Il monumento è anch’esso opera di Vitantonio De Bellis, artista classicista estremamente prolifico, e – come si può vedere dalle sue creazioni – di altissimo valore.

IL FARO DI MINERVINO MURGE

A Minervino Murge, in piena «villa», sorge un grandioso faro. È noto che il paese dista molto dal mare, per cui sorge spontanea la domanda sulla funzione di un faro, appunto in un paese dell’entroterra murgiano. In realtà il faro è un monumento ai caduti fascisti. Recente è il suo recupero storiografico.

Minervino Murge, il Faro

Insuperabile la descrizione di Francesco Giorgio: «Il Faro votivo di Minervino Murge è un monumento notevole per la sua singolarità: l’intera struttura presenta infatti, sia nella sua stessa forma (in cui si possono agevolmente riconoscere quattro scuri littorie legate insieme in fascio), sia nell’intero apparato decorativo, elementi di esaltazione del Fascismo e dei suoi caduti, che la cancellazione delle iscrizioni commemorative non riescono a celare. L’idea nacque durante una commemorazione per il caduto Riccardo Barbera, a Molfetta, ad opera dell’Avv. Altomare. Lo stesso Mussolini offrì £ 10.000 per la costruzione, affidata all’architetto fascista Forcignano. La costruzione iniziata con la posa della prima pietra il 28 ottobre 1923, fu compiuta in nove anni, ed inaugurata il 29 giugno 1932, alla presenza del Segretario del Partito Fascista, Starace, che rappresentava lo stesso Mussolini. Il Faro sorge su una spianata posta nella parte alta della città a 500 metri sul livello del mare: la costruzione, che misura alla base un fronte di 14 metri, si eleva di 32 metri; reca al vertice una lanterna di 2.000.000 di candele elettriche, donata dal Ministero della Marina Mercantile, visibile per un raggio di oltre 80 Km. e quindi, dalle province di Bari, Foggia, Potenza, Matera, Avellino, Campobasso e Benevento. Il monumento è costruito tutto in pietra dura di Minervino M., e si compone di 3 parti. Il basamento, a forma di dado, poggia su quattro piloni rampanti legati tra loro da archi. Nella parte anteriore è innestato un tempietto con frontone triangolare, da cui si accede al vestibolo ottagonale, con soffitto a volta. Sotto il pavimento del vestibolo vi è la cripta. Il Faro presentava alcune iscrizioni commemorative, che furono successivamente cancellate in alcune loro parti, oppure completamente abrase. Oltre all’iscrizione nel frontone, che presenta il volto della dea Minerva (“Ai martiri [fascisti] di Puglia [A. X E.F.]”), ci sono sulle pareti laterali esterne le seguenti iscrizioni: a destra “Più che il Faro nelle tenebre più che il sole a meriggio splenderà nei secoli conforto ai fedeli rampogna ai traditori la luce del martirio [fascista]”; a sinistra (completamente scalpellata): “Giurati al Duce salvarono con la rivoluzione la patria ebbero in premio la vittoria e l’immortalità”. All’esterno i due piloni rampanti in facciata presentano in alto due prue in bronzo, con rostri di navi romane, sormontate da Vittorie Alate. Ai quattro angoli del soffitto poggiano quattro bracieri in bronzo, e altri due, più alti, ai lati del portale d’ingresso. La parete di fondo del vestibolo conserva una serie di rientranze di forma ellittica: in esse erano poste i ritratti dei caduti di allora. Fra i trenta nomi pugliesi, cinque erano di Minervino:

– Riccardo Barbera – Agricoltore

– Ferruccio Barletta – Studente

– Nicola di Stasi – Agricoltore

– Domenico Lorusso – Cavamonte

– Vincenzo Nobile – Guardia Municipale.

La seconda parte del monumento, a forma di tronco di piramide, presenta quattro finestre, che illuminano la scala interna. Infine, viene la grande colonna costituita da un grande fascio, che sorregge il casotto della lanterna, circoscritto da una loggetta. All’interno vi è una scala in pietra che giunge sino alla base della colonna terminale; di qui si alza una scala a chiocciola in ferro che raggiunge la loggetta. Da questo lo sguardo può spaziare per chilometri, sino a raggiungere in lontananza: ad Ovest la catena degli Appennini, il Monte Vulture; e a Nord, in condizioni di particolare visibilità, il massiccio del Gargano. E’ inoltre possibile godere, a più breve distanza, della veduta dell’intera Minervino M., che si stende ai piedi del monumento, verso Nord».

Altre notizie nel sito della pro Loco: «Su una delle facciate venne incisa l’epigrafe dettata dal prof. Augusto Cerri: “Più che faro nelle tenebre, più che sole a meriggio, splenderà nei secoli, conforto ai fedeli, rampogna ai traditori, la luce del martirio fascista. Quella zona, un dì carsica, sterposa, per la tenace volontà del segretario comunale Marchetti, in pochi anni divenne una magnifica pineta, con aiuole fiorite, fontana al centro e con comodi sedili. Alla caduta del fascismo i comunisti volevano abbattere quel mausoleo, ma il geom. Tommaso Barbera, esponente del P.S.I., attivamente si adoperò perché ciò non avvenisse. Furono distrutti i fasci littori, dall’epigrafe fu tolta la parola “fascista” e il mausoleo convertito in monumento ai caduti di Puglia, ma la sua stessa struttura ne attesta l’origine. Sopra ad un basamento a forma di dado si regge una grande colonna che ad una attenta analisi appare essere un grande fascio littorio, sopra il quale è collocata la lanterna ruotante che irraggia un fascio di luce di modesta intensità che sostituisce quello originario donato dal Ministero della Marina Mercantile della potenza di 2 milioni di candele, a suo tempo visibile per un raggio di 80 km. La struttura alta 32 metri è interamente costruita in pietra dura di Minervino, all’interno della colonna, si inerpica una scala a chiocciola, con la quale si può accedere alla loggetta da dove si domina tutta Minervino e il paesaggio sottostante, giungendo a scorgere perfino il golfo di Manfredonia, il Gargano e buona parte del Tavoliere delle Puglie».

Nei pressi del paese, a fianco della strada per Spinazzola, un altro monumento, ancora più dimesso, ai 22 Martiri delle Murge:

«IGNOTI I NOMI

QVI

SFOLGORANDO GLI SPIRITI

DI VENTIDVE MILITARI ITALIANI

TRVCIDATI

INERMI

DALL’ESERCITO GERMANICO

NEL SETTEMBRE 1943

MENTRE ACCOREVANO ALLE ARMI

IN TERRA LIBERATA

____

INCHINIAMOCI

ITALIANI

RISOLLEVIAMOCI FATTI MIGLIORI

DAL

SANGVE

DEI NOSTRI MARTIRI

____

IL COMANDO MILITARE DI BARI

POSE

18.3.1945».

Ai piedi della lapide, su un’altra lastra, più piccola, reggente una sorta di lampada votiva in pietra cubica, si legge

«I PARTIGIANI DI BITONTO

MEMORI

25.4.1980».

Osservazioni

il blocco o addirittura la rimozione della memoria si è attuata in due tempi. Negli anni 70/80 e poi dagli anni 90 ad oggi. In un primo momento si identifica la memoria con la retorica (è significativo che Gerratana lasci pensare che il detrattore dei Sepolcri di Foscolo sia proprio Gramsci…) e quindi si procede a smantellarla. Ma forse è ancora più interessante quello che accade in seguito: le glorie nazionali vengono soppiantate a poco a poco, ma inesorabilmente dall’insano proliferare di monumenti ‘tascabili’, di vago contenuto religioso, ossia le statue di Padre Pio, in bronzo o simil bronzo, collocate di norma al centro di un’aiuola o di una nicchia a sfondo floreale. L’espressione del religioso è al tempo stesso umile e affabile, mentre l’aiuola e la nicchia fiorita dovrebbero suggerire l’amore per la natura. In realtà, molto al di sotto di questo collegamento agisce l’esaltazione del mondo arcaico e pastorale, preindustriale (che è comunque il mondo di questo santo), quindi il rifiuto della modernità: il soprannaturale sostituisce la storia.

Il distaccarsi dagli eventi passati più recenti e dolorosi è – entro certi limiti – normale, e direi fisiologico: il carico della memoria non può essere illimitato. Nello stesso periodo in cui finisce (almeno per il momento) la guerra fredda, l’Italia sembra uscire dal tunnel della guerra civile e degli anni di piombo. È in questo snodo la crisi della politica ‘tradizionale’, come la si faceva e come la si pensava a partire dall’unità d’Italia; e conseguentemente della rinuncia a ricordare, rivendicare, lottare. Così il pensiero debole non è la chiave di lettura di quegli anni, ma – al contrario – un sintomo, il più ‘eclatante’ della trasformazione della storia, i cui «lineamenti» erano ancora intatti pur dopo due conflitti mondiali! La storia – diceva Rosa Luxemburg – ha tempi molto lunghi. E non la si può leggere come una semplice reazione a catena di emozioni e stati d’animo, quali il risentimento e la saturazione.

Un caso singolare di ‘riduzione’ del monumento ‘vero’ (cioè patriottico) si ha a Noicattaro, nella piazza centrale della città. Il monumento (attuale) è dedicato ai Caduti di tutte le guerre, e questo spiega forse la sua apparenza dimessa. Un conto è celebrare la vittoria, ottenuta attraverso il sacrificio, un altro piangere la sconfitta, con la coscienza d’essere entrati in guerra dalla parte sbagliata.

In realtà, il monumento è un replacement, di un monumento più antico dovuto allo scultore Luigi Buono (Capurso 1896-1956), che realizzò tra l’altro il monumento omologo della propria città. A quanto pare, entrambi i monumenti, in bronzo, vennero fusi nel 1941 per ricavarne metallo per la guerra fascista: per quanto attiene a Noicattaro, si può ipotizzare una copia del monumento originale, tra questo, appunto, e la versione attuale?

Ad ogni modo, le rare fotografie che ne sono rimaste (si tratta per lo più di cartoline illustrate) fanno rimpiangere la sua scomparsa. Il monumento era un capolavoro di virtuosismo: una Vittoria alata (che nella fantasia delle persone potrebbe aver assunto la configurazione dell’Angelo della morte) galleggiante nell’aria depone la corona della vittoria, e insieme del martirio, sul capo del Fante, che stringe con la destra l’asta della bandiera e leva la sinistra ad indicare il cammino verso il progresso (la prima guerra mondiale come lo scontro tra la conservazione, impersonata negli Imperi Centrali, e il progresso, rappresentato dalla Triplice Alleanza, nella polemica tra Thomas Mann e Romain Rolland). Il gruppo era orientato a E, e sorgeva su un alto basamento in pietra bianca (non è possibile dalle fotografie specificare altro), al centro di un’aiuola, o meglio un piccolo giardino quadrato. Superfluo ricordarne il risvolto simbolico, perduto nella versione odierna.

Un esempio lampante di ingrandimento del piccolo (procedimento inverso rispetto a quello comune del rimpicciolimento e della riduzione di scala) è la basilica di San Giovanni Bosco al Tuscolano. È opera dell’architetto Gaetano Rapisardi e venne edificata tra il 1952 e il 1959. Si parte da un oggetto architettonico di dimensioni ‘normali’ o addirittura minuscole e lo si ingrandisce fino a ricavarne una struttura abnorme (in senso etimologico).

Nicola Troiani

Murgetta Rossi
M. Ceroli, Cavallo con gualdrappa, Bari, Corso Vittorio Emanuele
M. Ceroli, Cavallo con gualdrappa, Bari, Piazza San Ferdinando (prima collocazione)
Monumento a Padre Pio di Conversano
Immagini del Monumento ai Caduti di Tutte le Guerre di Noicattaro

Debiti iconografici

https://www.ebay.it/itm/165288108347?mkevt=1&mkcid=1&mkrid=724-53478-19255-0&campid=5338722076&customid=&toolid=10050

https://i.ebayimg.com/images/g/rYIAAOSw7ORd78bi/s-l1600.jpg

https://www.tripadvisor.it/Attraction_Review-g1899370-d14802906-Reviews-Villa_Faro-Minervino_Murge_Province_of_Barletta_Andria_Trani_Puglia.html#/media-atf/14802906/330223124:p/?albumid=-160&type=0&category=-160

https://www.google.com/search?q=murgetta+rossi&client=firefox-b-d&source=lnms&tbm=isch&sa=X&ved=2ahUKEwjimd_Tqpb5AhVsk_0HHcK_DzcQ_AUoAnoECAEQBA&biw=958&bih=893&dpr=1#imgrc=76X1faN-Apq6PM

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http://rete.comuni-italiani.it/wiki/File:Bari_-_Busto_di_Aldo_Moro.jpg

http://luoghi.centenario1914-1918.it/fr/monumento/monumento-ai-caduti-della-prima-guerra-mondiale-4088#&gid=undefined&pid=1

https://www.delcampe.net/it/collezionismo/cartoline/italia/bari/toritto-bari-piazza-roma-e-monumento-ai-caduti-1915-18-fp-295193512.html

https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Cavallo_con_gualdrappa.png

https://www.google.com/search?q=cavallo+ceroli+a+san+ferdinando&client=firefox-b-d&source=lnms&tbm=isch&sa=X&ved=2ahUKEwj20NTkspb5AhVNiP0HHXlOC8IQ_AUoAXoECAEQAw&biw=1920&bih=899&dpr=1#imgrc=aJ0rVZmpuJ1j_M

https://www.ebay.it/itm/392201947763

(molti altri esemplari in

https://www.google.com/search?q=statue+padre+pio+san+giovanni+rotondo&client=firefox-b-d&tbm=isch&source=iu&ictx=1&vet=1&sa=X&ved=2ahUKEwiTyaz3hPv5AhVnhv0HHbMCBiIQuqIBegQIZxAD&biw=1920&bih=899&dpr=1#imgrc=6Kg8MCFYV3qjuM&imgdii=d2FWNP6ifWajkM)

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