La fede non è ‘cosa da vecchi’

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All’udienza generale in Piazza San Pietro, il Papa parla del personaggio biblico di Eleazaro per sottolineare il valore del legame tra fede e vita che gli anziani possono testimoniare ai giovani, a dispetto di un clima culturale che spesso lo mette in ridicolo o lo ritiene anacronistico.

E’ un personaggio biblico chiamato Eleazaro, di cui riferisce il secondo libro dei Maccabei, il protagonista della riflessione proposta oggi da Papa Francesco che prosegue il ciclo di catechesi sul tema dell’anzianità. Quella di Eleazaro è la testimonianza dello speciale rapporto che esiste fra lafedeltà della vecchiaia e l’onore della fedeun aspetto che il Papa vuol mettere in evidenza osservando che l’onore della fede si trovi spesso “sotto la pressione, anche violenta, della cultura dei dominatori, che cerca di svilirla”, trattandola come una realtà anacronistica. La fede, invece, “merita rispetto e onore” perchè “è una benedizione per tutti!”.

“Un tale Eleazaro (…) rispose subito dicendo che lo mandassero pure alla morte. “Poiché – egli diceva – non è affatto degno della nostra età fingere, con il pericolo che molti giovani, pensando che a novant’anni Eleazaro sia passato alle usanze straniere, a loro volta, per colpa della mia finzione (…) si perdano per causa mia e io procuri così disonore e macchia alla mia vecchiaia. (2 Mac 6,18.23-25)”

Il rifiuto dell’anziano Eleazaro

E’ in corso la persecuzione di Antioco Epifane, gli ebrei vengono costretti a mangiare carni sacrificate agli idoli. Quando anche ad Eleazaro, un anziano molto stimato, viene chiesto questo gesto, gli stessi funzionari del re gli consigliano “di fare una simulazione, cioè di fingere di mangiare le carni senza farlo realmente”. Così si sarebbe salvato e dentro di se avrebbe mantenuto la fede. In pratica gli consigliano l’ipocrisia. E Francesco aggiunge a braccio: “Ipocrisia religiosa. C’è tanta, eh! C’è tanta ipocrisia religiosa, ipocrisia clericale, tante ce ne sono”. Ma Eleazaro risponde con un netto rifiuto che il Papa commenta:

Il punto centrale è questo: disonorare la fede nella vecchiaia, per guadagnare una manciata di giorni, non è paragonabile con l’eredità che essa deve lasciare ai giovani, per intere generazioni a venire. Ma bravo questo Eleazaro. Un vecchio che è vissuto nella coerenza della propria fede per un’intera vita, e ora si adatta a fingerne il ripudio, condanna la nuova generazione a pensare che l’intera fede sia stata una finzione, un rivestimento esteriore che può essere abbandonato, pensando di poterlo conservare nel proprio intimo.

La vecchia, prosegue Francesco, è decisiva per rendere ai giovani la testimonianza della rilevanza della fede e del suo reale rapporto con la vita. Se questa testimonianza venisse a mancare le nuove generazioni sarebbero portate a vedere la fede “come un insieme di comportamenti che, all’occorrenza, possono essere simulati o dissimulati, perché nessuno di essi è così importante per la vita”.

Il cristianesimo è realistico, è operare con le mani

Papa Francesco osserva, quindi, che l’antica gnosi eterodossa, nei primi secoli del cristianesimo teorizzava proprio questo: “che la fede è una spiritualità, non una pratica; una forza della mente, non una forma della vita”. E spiega: 

La seduzione di questa prospettiva è forte, perché essa interpreta, a suo modo, una verità indiscutibile: che la fede non si può mai ridurre a un insieme di regole alimentari o di pratiche sociali. La fede è un’altra cosa. Il guaio è che la radicalizzazione gnostica di questa verità vanifica il realismo della fede cristiana, perché la fede cristiana è realistica, la fede cristiana non è soltanto dire il Credo: è pensare il Credo e sentire il Credo e fare il Credo. Operare con le mani. 

La fede non è esteriorità senz’anima

Francesco guarda al contesto sociale e culturale attuale per dire che anche oggi è presente la tentazione gnostica e che la pratica della fede è spesso fatta oggetto di ironia e di emarginazione. Afferma:

La pratica della fede per questi gnostici che già c’erano al tempo di Gesù, è considerata come un’esteriorità inutile e anzi nociva, come un residuo antiquato, come una superstizione mascherata. Insomma, una cosa per vecchi. La pressione che questa critica indiscriminata esercita sulle giovani generazioni è forte. Certo, sappiamo che la pratica della fede può diventare un’esteriorità senz’anima. (…) Ma in sé stessa non lo è affatto.

La fede non è “una cosa per vecchi”

Tocca proprio agli anziani, afferma ancora il Papa, “restituire alla fede il suo onore, fino alla fine”. Praticare la fede non è segno della nostra debolezza, ma mostra la sua forza. E “non è una cosa ‘da vecchi’ – prosegue il Papa-. No. E’ cosa di vita”. “E’ una benedizione per tutti!” E Francesco conclude dicendo a braccio:

Cari fratelli e sorelle anziani, per non dire vecchi, siamo nello stesso gruppo, per favore, guardiamo ai giovani: ci guardano. Ci guardano. Non dimenticare quello. (…). I giovani ci guardano e la nostra coerenza può aprire una strada di vita bellissima a loro. Invece, un’eventuale ipocrisia farà tanto male. Preghiamo gli uni per gli altri.

Adriana Masotti – Città del Vaticano

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