Fotografo ‘sincero’ e controcorrente

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“I suoi lavori illuminano il viaggio spirituale dell’uomo verso la perfezione”. 

Scriveva così delle opere del collega Ed Weston il fotografo Ansel Adams.
Ed in effetti della poesia della realtà applicata allo scatto Weston fu maestro, abbandonando lo stereotipo della fotografia intesa come arte o semplice “posa”, scevra da cartelloni pubblicitari, libera da occhi che fissano l’obiettivo, dal disordine che distrae lo sguardo, alla ricerca di immagini pure, accessibili a chiunque.
La sua fu una vita consacrata allo scatto, dal 1902 – quando, a sedici anni, ricevette in dono la sua prima macchina fotografica che iniziò a usare nei parchi di Chicago – fino al 1958, anno della morte a Carmel, una piccola città della California. “La pietra è dura, la corteccia di un albero è aspra, la carne è viva” diceva del suo lavoro Weston, un fotografo “diretto”, come amava considerarsi, alla costante ricerca della quintessenza della cosa per trasformare i soggetti ritratti in pure metafore visive degli elementi della natura. È questa l’autentica protagonista del suo lavoro, indagata fino alla più profonda essenza, senza manipolazione alcuna.
Quello che seduce ancora oggi di lui è la sua verità fatta di linee e di ombre, del bianco, del nero e di tutte le tonalità di grigio.

Edward Weston, Tina Reciting, 1924, Stampa alla gelatina d’argento | © Center for Creative Photography Arizona Board of Regents

Questa verità filtra attraverso i primi piani di conchiglie e cavoli, è insita nel carciofo tagliato a metà, nella foglia del cavolfiore, si aggira tra le rocce e i cipressi astratti dall’amato paesaggio di Point Lobos, in California (dove scattò anche la sua ultima fotografia), trapela dai nudi sulla spiaggia, “incompleti”, sensuali, che incarnano nient’altro che se stessi, o ancora dagli studi di cieli e di nuvole. Sono corpi che si intrecciano o peperoni? Cosa importa, se la resa degli oggetti trasformati dall’artista in icone surrealiste e postmoderne, ammalia chi guarda trasportandolo in un universo quasi magico?

L’occhio che vede l’America di Weston è estremamente oggettivo e vaga tra luoghi desolati, si insinua in vecchie macchine, fattorie abbandonate, corre e si rialza tra pianure fangose. Questa stessa realtà, tutta intera, con persone, oggetti, paesaggi e perfino ortaggi, che da Edward Weston in poi diventano i fulcri di un nuovo modo di guardare il mondo, è anche il fulcro della mostra Weston. Edward, Brett, Cole, Cara. Una dinastia di fotografi, che fino al 24 luglio il Museo di Santa Giulia di Brescia dedicata a uno dei più significativi innovatori della fotografia del Novecento e ai suoi eredi, per la prima volta insieme in un percorso espositivo.

Cole Weston, Beach, Wales, 1994 | © Cara Weston

Dai ritratti plastici ai nudi, dalle dune di sabbia agli oggetti trasformati in sculture, l’esposizione – che è anche l’appuntamento di punta del Brescia Photo Festival intitolato Le forme del ritratto – presenta 40 lavori di Edward e altrettante opere dei figli Brett – il più vicino al padre dal punto di vista fotografico con i suoi bianchi e neri sublimi – e Cole e della nipote Cara, ancora in attività.
L’esposizione, curata da Filippo Maggia, prodotta dalla Fondazione Brescia Musei e da Skira, e progettata in stretta sinergia con la famiglia Weston, è l’occasione giusta per assaporare un racconto di esperienze artistiche che attraversa oltre un secolo di fotografia, di storia e di immagini di un mondo in costante cambiamento, restituendo l’essenza della fotografia di Weston, espressione di una ricerca ostinata di purezza, di una perfezione quasi maniacale dell’immagine.
In questa esposizione ragionata di esperienze artistiche che ricalcano vite vissute in differenti archi temporali, si parte da una Graflex 8×10 per approdare a una fotocamera digitale, attraversando un secolo di storia e di immagini di un mondo in costante evoluzione.

Edward Weston, Nude, 1925, Stampa alla gelatina d’argento | © Center for Creative Photography, Arizona Board of Regents

Con le sue ricerche il fotografo dell’Illinois ha segnato una svolta nella storia del linguaggio fotografico. È accaduto in Messico, tra il 1923 e il 1926, mentre lavorava accanto a Tina Modotti, con la quale ebbe una relazione, e quando dalla fotografia pittorialista in voga in quegli anni, nella quale Weston aveva mosso i primi passi cominciando con i ritratti porta a porta, il fotografo devia verso i linguaggi più diretti della cosiddetta straight photography.
Voleva arrivare al cuore delle cose, Weston. E con questo obiettivo realizzò una serie di esperimenti con al centro persone, animali, architetture, paesaggi. Nel 1932 insieme ad altri fotografi, tra cui Ansel Adams, diede vita al Gruppo f/64, incentrato su un’estetica basata sulla “perfezione tecnica e stilistica”: qualunque foto non perfettamente a fuoco, o perfettamente stampata, o montata su cartoncino bianco, era “impura”.

Edward Weston, Shell, 1927, Stampa alla gelatina d’argento | © Center for Creative Photography, Arizona Board of Regents

Voleva essere una reazione violenta allo stile sentimentale che in quegli anni aveva reso celebri i fotografi pittorici della California. D’altra parte per Weston il compito del fotografo non si riduceva solo a “imparare a maneggiare l’apparecchio o a sviluppare o a stampare”, ma l’artista dello scatto avrebbe dovuto “imparare a vedere fotograficamente, addestrarsi a guardare il soggetto”. La vera arte sarebbe stata insomma quella di pre-visualizzare la fotografia dentro se stessi, per poi scattarla.
“Consultare le regole di composizione prima di fare una foto è un po’ come consultare la legge di gravitazione prima di andare a fare una passeggiata. Tali regole e leggi sono dedotte dal fatto compiuto, sono il prodotto della riflessione” ne era convinto Weston.
In questo intreccio di gambe e di braccia, che hanno la stessa sinuosa bellezza di un peperone o di una foglia di pianta grassa, risuonano gli echi del modernismo che riflette gli influssi delle avanguardie europee, specie del cubismo.
Ancora oggi i ritratti di questo maestro “sincero” stupiscono per la loro immediatezza, per i soggetti mai in posa, per la loro capacità di carpire l’essenza del corpo, dello sguardo, del volto che l’artista ha di fronte.

Edward Weston, Cabbage Leaf, 1931, Stampa alla gelatina d’argento | © Center for Creative Photography, Arizona Board of Regents

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